giovedì 11 dicembre 2014

Manifesto per la Sovranità Nazionale.

L’attuale situazione politica, economica e sociale dell’Italia ha abbondantemente superato il livello di guardia. Tanto è vero che non è fuori luogo nutrire forti preoccupazioni sulla nostra stessa sopravvivenza come Nazione sovrana e come comunità di popolo. Le cause di questa autentica catastrofe vanno individuate negli avvenimenti che sconvolsero il mondo nell’ormai lontano 1989 e che videro il crollo del comunismo sovietico ed il conseguente affermarsi di un neoliberismo aggressivo e totalizzante, di stampo anglosassone, che ha sostituito ai diritti dei popoli e degli Stati gli appetiti insaziabili della speculazione finanziaria globale. Tale perverso meccanismo sta causando lutti e tragedie paragonabili a quelle provocate da una ipotetica nuova guerra mondiale. Le contraddizioni di questo mostruoso sistema planetario sono apparse evidentissime, in tutta la loro tragicità, con lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria del 2008 proveniente dagli Stati Uniti. L’esigenza, da parte delle lobbies finanziarie, di salvare le banche e gli interessi dei grandi speculatori, ha condotto ad una politica di progressivo impoverimento  dei popoli e di smantellamento degli Stati sovrani. L’Italia è l’esempio più evidente di questa realtà.
Per salvare la comunità nazionale e il futuro delle nuove generazioni è indispensabile riconquistare, il più presto possibile, la sovranità nazionale in tutti i suoi molteplici aspetti.
 
Sovranità culturale - Dalla fine della seconda guerra mondiale l’Italia ha subito una vera e propria colonizzazione culturale. La pervasività del modello di vita americano nel campo degli spettacoli e delle comunicazioni di massa, unita all’egemonia  comunista nella letteratura, nel giornalismo, nell’editoria e nelle arti in generale, ha provocato una totale desertificazione degli ingegni e delle idee, con il conseguente affermarsi di un conformismo totalizzante. Occorre pertanto infrangere questa occupazione sistematica di tutti gli spazi di creatività e di elaborazione di idee. L’Italia, attualmente importa dagli altri Paesi – soprattutto dagli Usa - l’80 per cento dei prodotti cinematografici e televisivi, compresi i format delle trasmissioni più demenziali e diseducative. Si rende quindi indispensabile ricreare un’industria culturale nazionale, sia nel campo dei media e dell’intrattenimento che in quello dell’espressione artistica vera e propria, per fornire alle intelligenze e ai talenti opportunità concrete di emergere e affermarsi.
 
Sovranità etica - La globalizzazione e il mercatismo hanno distrutto il tessuto sociale e identitario dei popoli, relegando nella  marginalità antichi e collaudati sistemi di valori per sostituirli con la cultura dell’egoismo economico e il darwinismo sociale.
La società aperta, teorizzata da Karl Popper, - popolata da liberali, liberisti e libertari al limite dell’anarchia - ha spodestato, con il suo culto per i diritti inviolabili e assoluti dell’individuo ed il disprezzo più totale per le esigenze della comunità, il ruolo aggregante ed equilibratore dello Stato. La storia ha registrato la sconfitta delle grandi ideologie totalitarie del Novecento, ma questo non ha fatto venir meno la necessità di una ricomposizione della società su basi diverse da quelle parcellizzanti della democrazia anglosassone. Lo Stato, che in questo momento è travolto da fenomeni di corruzione e lassismo che lo rendono inaffidabile e inefficiente deve riconquistare la sua funzione di riferimento etico per il popolo e di regolatore e finalizzatore della vita comunitaria.
 
Sovranità territoriale - L’Italia, com’è noto, è una Nazione a sovranità territoriale limitata. Le clausole (comprese quelle secretate) del trattato di pace del ’45,  conseguente ad una resa senza condizioni, sono ancora in vigore dopo sessantotto anni dalla fine del secondo conflitto mondiale. Lo dimostra l’esistenza, sul suolo nazionale, di centotredici basi militari statunitensi sulle quali non abbiamo alcuna giurisdizione. Se tale circostanza poteva avere una sia pur discutibile giustificazione all’epoca della guerra fredda essa appare oggi del tutto immotivata e incompatibile con quelli che dovrebbero essere i rapporti tra Paesi alleati. La fine di questa occupazione va rivendicata con forza per recuperare quel ruolo di potenza mediterranea che ci appartiene. Ciò non basta. Per conquistare un’autentica sovranità territoriale, lo Stato deve sottrarre il controllo di parte del territorio alle mafie locali che se ne sono impadronite. Occorre comunque restituire il potere decisionale al centro abolendo innanzitutto le Regioni, organi di corruzione, clientelismo, malaffare e entità disgregatrici dell’unità nazionale.
 
Sovranità monetaria - Uno Stato che rinuncia a coniare e battere moneta cede di fatto una parte fondamentale della sua sovranità. Questa cessione si è rivelata un autentico disastro soprattutto per l’Italia obbligata, da Ciampi e Prodi, ad adottare l’euro ad un tasso di cambio particolarmente svantaggioso. Circostanza, questa, che ha provocato una caduta del potere d’acquisto delle famiglie di quasi il cinquanta per cento nel volgere di poche settimane. La mancata flessibilità dei cambi ha poi impedito all’Italia di praticare quelle svalutazioni competitive che hanno spinto le nostre importazioni nei decenni scorsi. Non è rimasto così altro da fare che procedere, su imposizione degli eurocrati di Bruxelles, alle cosiddette “svalutazioni interne”, ovvero al taglio dei salari, allo smantellamento del welfare e all’aumento della pressione fiscale. Tutti provvedimenti che hanno avuto l’effetto di condurre la Nazione in una spirale recessiva senza fine. L’euro, moneta senza un adeguato riferimento statuale, è diventato così il simbolo stesso del fallimento dell’Unione Europea. L’unico Paese a trarre vantaggi da questa situazione è la Germania che sta approfittando delle difficoltà in cui si dibattono i Paesi periferici per imporre la sua egemonia sull’intero continente. A questo punto l’uscita dall’euro si rende non soltanto opportuna, ma drammaticamente necessaria. Il ritorno ad una moneta nazionale – che avrebbe conseguenze meno devastanti di quanto affermano gli eurocrati terroristi – ci consentirebbe, in tempi abbastanza brevi, di ridare fiato alla nostra economia aumentando le esportazioni, di ridurre il debito pubblico e di rifinanziare, come sta facendo il Giappone, le aziende con abbondanti iniezioni di liquidità. Potremmo, insomma, tornare ad essere, secondo un’abusata espressione, un “Paese normale”, ovvero una Nazione sovrana.
 
Sovranità economica - L’Italia cominciò a perdere la sovranità economica il 2 giugno del 1992. Quel giorno, al largo di Civitavecchia sul panfilo Britannia un gruppo di speculatori rappresentanti le grandi banche d’affari angloamericane e un manipolo di italiani disposti ad avere, “intelligenza con il nemico” guidati dall’allora direttore del Tesoro Mario Draghi e dall’ex ministro Beniamino Andreatta, si misero d’accordo per gestire le privatizzazioni delle aziende pubbliche italiane. In realtà più che di privatizzazioni è opportuno parlare di vere e proprie svendite. Grazie alla mediazione della solita Goldman Sachs le migliori imprese statali italiane vennero cedute a gruppi stranieri a prezzi di realizzo. Nessuno, al momento, ha pagato per questo. Ma prima o poi i responsabili dovranno essere chiamati a rendere conto davanti al popolo italiano di quanto hanno fatto. Grazie a quell’operazione truffaldina, e a quelle che seguirono, è stato così smantellato quel sistema di economia mista che ruotava intorno all’Iri, all’Eni e alle banche nazionalizzate e che era oggetto di studio ed imitazione in ogni parte del mondo. Per recuperare la sovranità economica non v’è dunque altro mezzo che quello di invertire immediatamente la rotta. La Banca d’Italia deve tornare ad essere proprietà dello Stato e non dei privati che la possiedono attualmente. L’attività della banche d’affari deve essere separata da quella degli istituti di credito e, soprattutto, lo Stato deve ritrovare il suo ruolo di regolatore e stimolatore delle attività economiche.
 
Sovranità politica - La Costituzione italiana, in un suo articolo, proclama che “la sovranità appartiene al popolo”, ma questa è rimasta unicamente un’enunciazione velleitaria e inapplicata. Il vero potere è infatti stato sempre requisito e gestito dai partiti e dai loro comitati d’affari. A questi, ultimamente, si sono aggiunte le oligarchie finanziarie e le cosche che gestiscono l’economia criminale. Ciò non ha soltanto svuotato di significato la parola “democrazia”, intesa nel suo significato originario di “governo del popolo”, ma ha creato un sistema di caste nel quale i “paria” – persone private di ogni dignità – sono ormai la grande maggioranza. Per ridare sovranità al popolo non esiste dunque altra via che quella di rivedere totalmente i meccanismi della democrazia parlamentare creando nuovi strumenti di partecipazione alle decisioni politiche ed economiche della comunità. Devono altresì essere smantellate o ricondotte alla loro funzione originaria tutte quelle forme di potere che negli ultimi anni sono diventati veri e propri “Stati nello Stato”, come la magistratura, gli apparati di intelligence e le cupole mafiose. Un percorso, quello che abbiamo delineato per sommi capi, aspro e difficile, ma necessario se si vuole restituire libertà e dignità alla nostra gente e un futuro alle nuove generazioni. L’alternativa è la dissoluzione territoriale, statuale ed etnica della Nazione italiana. Per questo riteniamo opportuno concludere questo nostro manifesto per la sovranità nazionale con un invito ai “liberi e forti” che sono consapevoli della gravità del momento storico che stiamo vivendo ad unirsi a noi in questa battaglia per l’indipendenza della Patria e la salvezza del nostro popolo.
 

Il romanzo storico di Gabriele Adinolfi.

 
 
“I rossi, i neri e la Morte” di Gabriele Adinolfi. Lampi di verità.
 
Articolo di FRANCESCO MAROTTA
 
Sono passati ben quattordici anni dal rientro di Gabriele Adinolfi in Italia. Era il marzo del 2000, quando in televisione, vidi una sua intervista rilasciata appena dopo il suo arrivo. E’ inutile soffermarsi sul taglio “giornalistico” e su alcune domande prive di ogni logica. Era finalmente tornato dalla sua gente e nella sua terra. Contava solo questo. Oggi Gabriele è uno stimato conferenziere, saggista e autore, dal bagaglio di nozioni e della formazione culturale, estesa e concreta in svariati ambiti. In poco tempo è riuscito a dare linfa vitale al Centro Studi Polaris e al sito di informazione www.noreporter.org. Un Capitano sui generis che ha sempre disapprovato ogni forma di individualismo: privilegiando la partecipazione attiva alle sue iniziative, rivolta in direzione di una pluralità simmetrica, unica nel suo genere.
 
Ebbene, ci sono autori che stimolano l’intelletto ed alcuni che scrivono foglietti illustrati. Lo fanno in serie, ancor più quando si accorgono che la permanenza in vita della propria opera, viene dimenticata velocemente. Una tira l’altra, come le ciliegie. Non e’ il caso di Adinolfi che pur avendo pubblicato innumerevoli libri, dalle diverse argomentazioni, ha deciso di scrivere il suo secondo romanzo storico. Di sicuro, poco pertinente con gli accorati inviti a non guardarsi troppo indietro? Senza mai, per fortuna, essersi dichiarato in gioventù un uomo di Destra (oggi ancor di più), quando la sua attività politica cozzava ineluttabilmente contro il campo visivo di chi ne fece un vessillo. Quell’etichetta che configura una regola e, come abbiamo visto negli ultimi giorni, un modo di intendere, trasversale, la politica capitolina. Il libro di Gabriele e’ il secondo romanzo storico, che però non ha la presunzione di chiudere definitivamente un capitolo scomodo della storia italiana. E’ un invito all’approfondimento e a riflettere con intelletto.
 
I personaggi del romanzo, molti dei quali sono di pura fantasia e ideati dall’autore de “I Rossi, i Neri e la Morte” edito da Soccorso Sociale, implementano un racconto e quel filo conduttore che va dal gennaio al maggio 1978. Quell’anno funesto che attraversò come una lama tagliente l’eccidio di Acca Larentia, il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro; rievocando, intelligentemente, le voci dei protagonisti, le loro aspettative e i loro caratteri. All’interno di un quadro che privilegia la lotta reazionaria, dove le Brigate Rosse funsero da polo attrattore e mediatico di un’orchestra ad ampio respiro. Composta dalla scuola di lingue parigina Hyperion del filo russo Henry Curiel, dall’azione dei servizi segreti francesi, italiani, russi, dell’ex Germania dell’Est, israeliani e americani, dall’odore sulfureo del celebre Abbé Pierre (a uso ideologico) e dell’ortodossia internazionalista di Bianchi Caraldini, prontamente tirato a lucido da “Quella strage fascista. Cosi e’ se vi pare”.
 
 
Davvero appassionante il capitolo sette e la sua intitolazione che, altro non poteva essere, se non una dedica ai Romani e ai Normanni di allora. A partire dalle peripezie e dalla curiosità del giovane Rodolfo, dall’indole parecchio simile a quella dell’autore, d’innanzi alla figura del compianto corrispondente del Tempo Giorgio Locchi: precursore della Nuova Destra che influenzò con i suoi studi e le sue opere Marco Tarchi, Massimo Fini e alcuni dei tratti distintivi del pensiero di Alain de Benoist. Un giovane quale era Gabriele e quali erano Peppe Dimitri e Walter Spedicato, che in questo libro hanno voce, chiarendo alcuni aspetti che li hanno a lungo ritenuti, ingiustamente, gli artefici di un Movimento politico, organico e partecipe, alla mattanza degli anni ’70. In tal senso, invitiamo a leggere nello stesso capitolo, facendo molta attenzione al dialogo che vede come protagonisti lo stesso Rodolfo e lo scrittore, critico letterario, giornalista, saggista ed ispiratore del movimento regionalista normanno, Jean Mabire. Un breve ma significativo spaccato della realtà italiana e francese: sopratutto, evidenziando quali fossero le idee e la posizione di Terza Posizione, prima e durante l’assassinio di Aldo Moro.
 
Consci delle spregiudicatezza di una società spettacolarizzata nelle sue fondamenta (vedasi Orientamenti & Ricerca economici, l’Europa e Terza Posizione su www.gabrieleadinolfi.eu) in grado di assuefare un’intera generazione alle finzioni dell’economia sulla realtà, “I Rossi, I Neri e la Morte”, ha il pregio di essere uno scritto che mette a nudo l’assioma principale della comunicazione moderna, nell’ambito dell’informazione. Pensando poi, ai cinquantacinque giorni di prigionia di Aldo Moro, a quella passività nel leggere e nell’ascoltare, anni dopo quelle notizie non notizie, come se fossimo degli spettatori inermi dentro uno show. Ma allora è facile immedesimarsi in un presente che ha del surreale ? E’ difficile invece, credere che un romanzo storico, scritto seguendo i canoni classici ma attuale, possa destare interesse verso una vicenda che ha trasformato i carcerieri politici di Aldo Moro, in macellai senza coscienza. Così vorrebbero.
 
Il corpo del segretario della DC fu ritrovato a Roma all’interno di una Renault 4 di colore rosso in via Caetani. A metà strada dalla sede della Democrazia Cristiana in piazza del Gesu’ e via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano. Era il 9 maggio 1978, una data scelta non a caso… E se per indubbie certezze, sappiamo solo in piccola parte come e’ andata, scordiamoci le comodità. Questa volta non da spettatori ma da protagonisti, alla ricerca di un lembo di verità e più di ogni altra cosa, della nostra dignità.
 

Con gli zingari: convivenza impossibile, non vogliono integrarsi!

 
 
Scandalo, orrore, apriti cielo! La proposta del sindaco di Borgaro Torinese (del Pd), appoggiata da un assessore della sua giunta (di Sel), ha suscitato – come previsto - un vespaio di polemiche.
A seguito di reiterati e continui atti di vandalismo ai danni dei mezzi della linea di autobus 69 e di soprusi nei confronti dei suoi passeggeri compiuti da residenti del “campo nomadi” ubicato lungo il percorso del suddetto mezzo pubblico, il Comune della cittadina dell’hinterland torinese ha esposto al fornitore del servizio una richiesta a dir poco “moderata”, eppure definita “scioccante”: creare due linee “separate” dello stesso 69; una per i rom, comprendente la fermata all’ingresso del loro luogo di residenza, l’altra che non comprende la predetta fermata e che perciò potrà essere utilizzata, con maggior sollievo, da tutti gli altri abitanti della zona.
Lo “scandalo” era assicurato anche nel solo pensarla una cosa del genere, tanto più che proviene da due esponenti della “sinistra”, che in via di principio dovrebbero essere “tolleranti”, “antirazzisti” eccetera.
La suprema indignazione, tuttavia, proviene più che altro, per non dire esclusivamente, dalla cosiddetta “informazione”, ma se s’interpellano i residenti di Borgaro Torinese, che utilizzano quella linea di autobus e che sono sottoposti al supplizio di dover condividere il tragitto con individui che non solo non conoscono alcun rispetto per i beni pubblici ma infastidiscono e spesso minacciano chi non è dei loro, si ottengono in maggioranza condivisione ed approvazione verso quella che è, ripetiamo, la proposta d’istituire due linee “separate” dello stesso autobus 69.
Ma attenzione all’inghippo: si tratta per l’appunto di una proposta, non di un provvedimento già preso ed operativo. Quindi, è tutto da vedersi cosa accadrà. E c’è da scommettere che, dopo questa “fiammata”, con accuse strumentali di “razzismo” e di “apartheid” per chi, in linea di principio (se non si è di fronte a tentativi di parare, con un’operazione di cosmesi politica, gli argomenti inattaccabili degli avversari politici), non farebbe altro che tutelare l’incolumità e la sicurezza dei cittadini che si trova a governare, tutto tornerà alla consueta “normalità” (si fa per dire!).
Perciò, si stia bene attenti, questa come altre volte, a scambiare le intenzioni e le anteprime con i fatti, ché questo è lo sport nazionale della cosiddetta politica italiana, il cui tempo verbale preferito è il condizionale, anche quando a parlare sono presidenti del consiglio e ministri, i quali dovrebbero disporre degli strumenti atti ad operare senza tanti giri di parole. Tant’è vero che quando un provvedimento va assolutamente preso (per servire i veri potenti che li han messi sulla poltrona), lo si fa alla faccia del “dibattito democratico” : si considerino l’euro, le “riforme” del lavoro, le “missioni di pace”, le tasse sulla casa eccetera.
Questo è dunque il primo punto: occhio a non scambiare le chiacchiere e le “polemiche” coi fatti, perché la democrazia è maestra in questo, avendo sostituito il fare col dire. Andando per di più in contraddizione coi suoi stessi assunti teorici, poiché i fatti che non si vedono mai sono per l’appunto quelli che andrebbero a beneficio dei più.
Ricordo opportunamente che la democrazia, anche se sono perfettamente edotto del fatto che persino i suoi teorici sono dei coscienti e convinti elitari, dovrebbe essere un sistema che assicura il massimo beneficio per la massima parte delle persone.
O il minimo danno per queste ultime, se più di questo non si riesce proprio a fare.
E allora, anziché perdere tempo con le linee separate (ma pagherebbero il biglietto, gli utenti del 69 “discriminato” oppure no?), le bagatelle tra “razzisti” e “antirazzisti” e l’infinito trascinarsi di una situazione a dir poco indegna ed intollerabile, gliela fornisco io una proposta per risolvere l’annosa questione non solo delle linee di autobus frequentate dai cosiddetti “nomadi” (che pullulano anche le altre, beninteso, a caccia di polli da spennare), ma della presenza di queste specie di favelas che puntualmente sorgono al limitare di zone densamente abitate da cittadini che hanno il sacrosanto diritto di vivere in pace.
Se per l’appunto la democrazia deve come minimo assicurare che l’inevitabile “male” colpisca il minor numero di persone, si prenda in considerazione – in mancanza di altri provvedimenti sempre possibili purché se ne abbia il “coraggio” – l’idea di destinare degli spazi per i predetti “campi” nelle aree a minor densità abitativa delle città italiane.
Le quali, solitamente, sono quelle dei quartieri “residenziali”, della “buona borghesia” e delle ville con videocitofono e sorveglianza “24 ore su 24”. Dove peraltro abita quella genia particolare di persone che, con la puzza al naso, è la prima a tuonare contro la “discriminazione” ed il “fascismo”, senza aver il minimo sentore di cosa sia la vita della cosiddetta “gente normale”. Quella, insomma, che tra le altre delizie della cosiddetta “accoglienza” ed “integrazione” deve sorbirsi un viaggio in autobus che ha tutte le caratteristiche di un assalto alla diligenza.
Adottando questo semplice e nient’affatto discriminatorio provvedimento (i “nomadi” vivrebbero in zone senz’altro più salubri poiché i riccastri, si sa, vivono, non solo metaforicamente parlando, in alto), i professionisti del dito puntato contro potrebbero saggiare direttamente quali vantaggi offre il vicinato di questi “ospiti”, mentre questi ultimi avrebbero a disposizione, anziché degli appartamenti dove tutt’al più possono rubacchiare qualche apparecchio elettronico e pochi spiccioli, delle ville piene zeppe di ogni ben di Dio.
Ci pensino bene i nostri aspiranti sindaci-sceriffo: eleverebbero in un batter d’occhio a cifre plebiscitarie il loro consenso. Ma chi ha davvero il coraggio di essere “democratico” fino in fondo?
 

 

domenica 7 dicembre 2014

Onore alla gloriosa XMAS!

 
Milano, tradizionale rancio cameratesco della Associazione Nazionale Combattenti della Decima Flottiglia Mas, fondata dal mitico Comandante M.O. Principe Junio Valerio Borghese. Grande partecipazione di ex combattenti e soldati in servizio,... autorità civili e militari, associaizoni d'arma (ANMI, ANAI, UNCRSI), iscritti e simpatizzanti, fra questi anche rappresentanti di Casa Pound, Fiamma Tricolore e Fronte Nazionale. La delegazione di Progetto Nazionale era rappresentanta da tre isciritti alla XMAS: il presidente milanese Roberto Jonghi Lavarini, il primo capitano Francesco Lauri e da Gianfranco Stefanizzi che, nell'occasione, ha ricevuto il "distintivo d'onore" della associazione, per meriti di servizio. Nella foto, la delegazione di Progetto Nazionale Milano, insieme al vice presidente XMAS, Sergio Pogliani, ed al pluridecorato Marò Iwan Bianchini, Volontatio Nuotatore Paracadutista della RSI.

Nuove sinergie culturali "a destra".

 
 
L'Ing. Giada Arioli ed il Dott. Giovanni Trombetta hanno portato il saluto ufficiale di Progetto Nazionale alla riunione pre-natalizia del circolo Destrafuturo di Milano. Si è parlato sia delle radici storiche e culturali della destra itali...ana che di sovranità nazionale e monetaria, affrontando anche le interessanti tesi economiche della MMT (modern money theory). Fra gli altri erano presenti: l'Ing. Michele Puccinelli, il Prof. Giuseppe Manzoni di Chiosca e Poggiolo e l'ex vice presidente della Provincia di Milano, Dario Vermi. Progetto Nazionale Milano e Destrafuturo hanno deciso di collaborare ed organizzare insieme iniziative culturali e di formazione politica.

Telecomunicazioni: servizio pubblico strategico nazionale.

 
Il Dott. Roberto Jonghi Lavarini (presidente di Progetto Nazionale Milano) ha partecipato all'importante e interessante convegno, organizzato dal centro formazione del gruppo Sole 24 Ore, "Cultura d''impresa: innovare nei cda, nuovi modelli di governance e board efficiency per la competività internazionale". Alla giornata hanno preso parte decine di esperti del settore, docenti universitari, economisti e manager internazionali. Jonghi ha incontrato e conosciuto diversi partecipanti, in particolare, il Prof. Carlo Bellavite Pellegrini (docente della Università Cattolica di Milano), il Dott. Pasquale Chiarelli (magager della Casa Ospedale di Padre Pio) ed il Dott. Giuseppe Recchi (presidente di Telecom Italia, già presidente dell'ENI). Jonghi ha sensibilizzato quest'ultimo sul fatto che, al di là degli assetti societari privatistici di Teleom, quello delle telecomunicazioni è un servizio pubblico strategico che, come tale, deve essere garantito e gestito, secondo rigorosi criteri di interesse nazionale, giustizia sociale ed assoluto rispetto degli utenti, anche e sopratutto, adottando la massima trasparenza e correttezza nei contratti e nelle bollette.